|
|
| Il
luogo |
|
|
San Vito è situata in una fertile zona della pianura,
sulla destra del fiume Tagliamento. Il territorio un tempo era coperto
da fitte boscaglie: a ovest era caratterizzato da zone umide; a
est il greto del Tagliamento e i suoi rami abbandonati, ricchi di
depositi di ghiaie, conferivano un aspetto più arido. Acque, ghiaie,
boschi, paludi hanno lasciato numerose tracce nei toponimi, come
Fontanis, Fontanasso, Pissarelle, Boscat, Magredo, Selvata, Melmose
e Gleris. Tipiche della foresta temperata erano anche le specie
animali, dalla lontra di fiume agli sparvieri, dal tasso al cinghiale,
dal cervo ai lupi. Dalla preistoria al periodo romano, l'uomo trovò
in questi territori un ambiente adatto all'insediamento. Si conoscono
localizzazioni di nuclei preistorici sia mesolitici che neolitici
a ovest dell'attuale centro. Fra il terzo e il secondo millennio
a.C., oltre alle selci, compaiono ceramiche e si hanno testimonianze
di attività agricole. Gli scavi nel 1973 hanno riportato alla luce
i resti di un'antica necropoli, con recupero di una trentina di
urne cinerarie. Anche l'epoca romana, che quasi sicuramente si sovrappose
a un substrato celtico - venetico, ha lasciato numerose testimonianze
della sua presenza. I Longobardi, arrivati in Friuli nel 568 d.C.,
hanno lasciato nei dintorni segni della loro presenza.
|
|
| Le
origini dell'attuale centro |
|
|
| Risale probabilmente a un diploma dell'Imperatore
Ottone II° la storia dell'antico centro urbano: Ottone donò al patriarca
Rodoaldo (963 - 983) due "corti", ovvero luoghi fortificati con
territorio circostante. La denominazione della cittadina andrebbe
ricercata nel culto che le popolazioni di Sassonia tributavano al
Santo, che doveva essere invocato come soccorritore nell'attraversamento
dei guadi. Alcuni storici non escludono però la derivazione da un
originario "vic" (da vicus, villaggio) divenuto Vit e poi S. Vit
per ricostruzione religiosa. |
|
| S. Vito
medievale |
|
|
| San Vito esisteva nel XII° secolo e la sua storia
medioevale e moderna è legata strettamente a quella del Patriarcato
di Aquileia. La comunità pagava un contributo ai Patriarchi secondo
i calcoli del gastaldo, che fu sostituito, più tardi, dal capitano.
Furono i Patriarchi, che detenevano il potere temporale, oltre che
spirituale, ad ampliare e rinforzare il castello. Alla fine del
XIII° secolo San Vito conobbe un periodo di espansione. Si ebbe
una immigrazione di toscani per fini commerciali e di lombardi per
ragioni politiche. Questi ultimi seguirono il nuovo patriarca, Raimondo
della Torre di Como. Venne restaurato il palazzo patriarcale e furono
costruite le torri Raimonda e Scaramuccia. La Comunità era retta
da un Consiglio, composto da "abitatori" e, più tardi, da "vicini".
Nel 1341 venne istituito il mercato settimanale alla domenica; agli
inizi del 1500 fu portato all'interno delle mura e spostato al venerdì
(come oggi). Nel 1420 Venezia, espandendosi in terraferma, conquistò
anche la Patria del Friuli. Nel 1445 il Patriarca riconobbe la legittimità
della conquista veneziana e in cambio riottenne un limitato potere
temporale su San Vito. La Comunità vide riconosciuti dalla Repubblica
i suoi statuti, si costruirono opere pubbliche e private e affluì
nuova popolazione. |
|
| Sviluppo artistico
e urbano |
|
|
| San Vito nel 1400 si aprì dal mondo gotico friulano
a quello rinascimentale italiano. Sorsero il campanile (1484), la
loggia comunale, la chiesa di San Loarenzo (1479), palazzo Rota
e la chiesa dei Battuti (1493). Tra gli artisti vanno citati i pittori
Andrea Bellunello e Pomponio Amalteo e lo scultore Pilacorte. Nella
prima metà del 1500 il centro prese la fisionomia che mantiene tuttora:
fu ampliato e allargato il fossato, con la costruzione della torre
Grimana e del torrione sud-est. Fu costruito lo stradone di Savorgnano
e restaurato il palazzo patriarcale; la piazza venne ampliata e
assunse la struttura attuale. Alle ricorrenti carestie si aggiunsero
altri fatti funesti, come le incursioni dei turchi (1477 e 1499),
che saccheggiarono il territorio ma non osarono attaccare il castello
di San Vito. Dalla metà del 1500 e per oltre due secoli nel centro
tenne il banco dei pegni una comunità di ebrei, che ebbe tra l'altro
un suo cimitero. |
|
| Dalla fine del '500 alla
caduta della Repubblica di S. Marco |
|
|
| Nella seconda metà del 1500 la Controriforma represse
forme di eresia che a San Vito avevano fatto breccia. Alla fine
del XVI° secolo ritornarono anni di carestie, a cui si aggiunse,
nel 1630, una disastrosa epidemia di peste che colpì le popolazioni
rurali. Nel 1751 il Papa Benedetto XIV soppresse il Patriarcato
di Aquileia. L'ultimo Patriarca, Daniele Delfino, mantenne il titolo
e i possedimenti sino alla sua morte (1762). Subito dopo la Repubblica
prese pieno possesso della giurisdizione di San Vito, cancellando
insegne e memorie e demolendo lo stesso palazzo patriarcale. Fra
i personaggi sanvitesi che vissero in quest'epoca va citato il sacerdote
Anton Lazzaro Moro. Il secolo XVIII° ha lasciato molti edifici pubblici,
privati e di culto, come il Monastero della Visitazione (1710),
il nuovo Duomo (1751) e la residenza agricola "Casabianca", sorta
per iniziativa dell'imprenditore tessile Jacopo Linussio. Nell'ultimo
periodo veneto San Vito conobbe un certo sviluppo. Il centro contava
circa 3mila abitanti (il terzo del Friuli, dopo Udine e Cividale),
più 8mila villici della giurisdizione. La nobiltà e la borghesia
commerciale veneta impressero al centro anche una nuova caratteristica
linguistica, mentre le popolazioni rurali e artigiane delle frazioni
e dei sobborghi rimasero fondamentalmente friulanofone. |
|
| Dalla Rivoluzione
francese alla Restaurazione |
|
|
| I grandi cambiamenti innescati dalla Rivoluzione francese
ebbero riflessi con l'arrivo delle armate napoleoniche, che determinarono
fra l'altro la caduta della Repubblica di San Marco. San Vito fu
percorsa dagli eserciti delle potenze in guerra (Austria e Francia),
subì requisizioni e obblighi di mantenimento e dimora dei quartieri
militari. Napoleone prima cedette questi territori all'Austria (1797)
e poi li inglobò nel Regno Italico sotto controllo francese (1805).
Questi anni registrarono nella storia friulana profondi rinnovamenti,
vennero aboliti molti privilegi nobiliari, furono soppresse alcune
congregazioni religiose, cessarono gran parte dei diritti di tipo
feudale e si applicò il nuovo codice civile. Nel 1814 l'Austria
riprese possesso del territorio, ricomponendo gli assetti sociali
e soffocando la precedente ventata innovativa. L'amministrazione
asburgica cercò nel contempo di risollevare la zona economicamente.
|
|
| Il Risorgimento
e l'Unità d'Italia |
|
|
| Nel 1848 i moti che scossero tutta l'Europa furono
presenti anche a San Vito. I principi di indipendenza nazionale
e di libertà si sommarono al desiderio di riscatto del popolo. Nel
1860 un cittadino sanvitese, Pietro Cristofoli, si unì con altri
25 friulani a Garibaldi, partecipando all'impresa dei Mille. San
Vito, che in Friuli come numero di abitanti era seconda solo a Udine,
fu congiunta all'Italia nel 1866. Nei decenni seguenti rimase un
grosso centro agricolo, in mano a una aristocrazia conservatrice,
per cui perse gradualmente importanza, soprattutto nei confronti
di Pordenone, che si andava rapidamente industrializzando. Il centro
fu collegato con le linee ferroviarie di Portogruaro - Casarsa (1888)
e San Vito - Motta di Livenza (1913), le attività industriali facevano
capo alla filanda Piva e allo zuccherificio della Società Ligure-Lombarda.
|
|
| La Grande Guerra e i
movimenti sociali |
|
|
| La prima guerra mondiale ebbe gravissime conseguenze
nella zona. Il centro, situato sulle retrovie del fronte, ospitò
un ospedale militare. Con la ritirata di Caporetto i nobili e buona
parte dei ricchi si ritirarono oltre il Piave, mentre i contadini
rimasero qui. Anche le poche attività industriali andarono danneggiate
o distrutte. L'amministrazione comunale in esilio si insediò provvisoriamente
a Firenze. Fra le varie conseguenze del regime fascista, va citta
l'abolizione, dal 1927, del Consiglio comunale, che rappresentava
un vanto della comunità sanvitese da oltre sette secoli. |
|
| Dal Fascismo alla
Resistenza |
|
|
| San Vito continuò a reggersi su una economia agricola
tradizionale e rimase ai margini dello sviluppo. La politica fascista
si consolidò con la propaganda e condusse alfine all'entrata in
guerra. Al momento delle scelte, dopo l'8 settembre 1943, la maggioranza
dei giovani e della popolazione sostenne l'antifascismo, nonostante
la dura occupazione tedesca. San Vito venne liberata il 30 aprile
1945, dopo due giorni di combattimenti tra partigiani e tedeschi. |
|
| II dopoguerra |
|
|
| Nel 1950 all'anagrafe comunale vennero cancellate
per trasferimento permanente all'estero 700 persone. Negli anni
cinquanta il movimento proseguì con punte in uscita di 250 persone
l'anno. I lavoratori attivi nell'industria, saliti nel 1961 al 46%
del totale, trovavano infatti prevalentemente occupazione fuori
dal Comune, nell'area pordenonese. A San Vito sopravvissero le imprese
artigianali, mentre chiusero attività come le ferriere, la filanda,
il lievitificio. Gli anni del Dopoguerra rappresentarono però per
San Vito una felice stagione in campo culturale. Basti pensare a
nomi come Federico De Rocco, Augusto Culos, Luigi Zuccheri, Italo
Michieli, Virgilio Tramontin nella arti figurative e Pier Paolo
Pasolini nella letteratura. |
|
| Gli ultimi decenni e San
Vito oggi |
|
|
| Dalla seconda metà degli anni 70 il saldo negativo
demografico e stato compensato da quello migratorio in entrata,
con un costante aumento della popolazione, che ha registrato un
forte ricambio, raggiungendo i 12711 abitanti nel 1997. La Zona
industriale Ponterosso, sorta nel 1969 dopo un decennio di difficile
avvio e di crisi di varie aziende insediate, ha accolto un numero
crescente di attività produttive sia industriali che artigianali,
superando nel 1999 le 2200 unità. Le attività, molto avanzate, vanno
dalla meccanica di precisione all'industria alimentare, dalla componentistica
alla lavorazione del vetro. L'edilizia ha ricevuto un notevole impulso,
con una espansione delle aree abitate. Nel centro storico sono state
attivate opere di ristrutturazione come Palazzo Altan, Palazzo Rota
e il complesso dei Battuti. Fra i servizi socio-sanitari e assistenziali
ricordiamo l'ospedale, l'istituto La Nostra Famiglia, il consultoro,
servizi per l'igiene mentale, per l'infanzia e per gli anziani.
Le scuole coprono la prima fascia fino alle superiori. Esiste un
istituto tecnico commerciale, un liceo scientifico e un istituto
professionale di Stato per l'industria. Infine, San Vito si contraddistingue
per i rapporti internazionali di amicizia e di collaborazione fra
i popoli, che hanno condotto al gemellaggio con le città di Stadtlohn
(Germania), St. Veit an der Glan (Austria) e Nagyatad (Ungheria).
|
|
|
|